Per la rubrica di recensioni “Pillole di cultura”

Il 7 novembre 2025 è uscito su Netflix, dopo la proiezione in alcuni cinema il 17 ottobre, Frankenstein, diretto da Guillermo del Toro.

La pellicola vede come protagonisti Oscar Isaac, nei panni del dottor Frankenstein, e Jacob Elordi, che interpreta la creatura.

In una modalità simile all’opera letteraria, il film si apre dal punto di vista del capitano Anderson, che, bloccato al polo Nord, si imbatte in Victor e la sua creatura, che gli racconteranno, in un lungo flashback, la loro storia.

Il primo a narrare è certamente il dottore, partendo dalla sua infanzia e dal rapporto morboso con la madre e quello travagliato con il padre, quest’ultimo ruolo fondamentale per tutto il film, in particolare durante il rapporto tra Frankenstein e il suo “mostro”, per poi andare alla vita adulta, agli studi scientifici che lo hanno portato alla creazione della creatura.

Successivamente la visuale si sposta sul punto di vista di Jacob Elordi, che ci dipinge non solo una creatura più umana che mai, ma anche un Victor spietato e manipolatore.

Personaggio altrettanto fondamentale sarà quello di Elizabeth, interpretato da Mia Goth, che differisce molto dalla sua controparte letteraria; principale ossessione del dottore, oltre alla creazione del mostro, la donna riesce a presentarsi più profonda e meno statica rispetto alle rappresentazioni precedenti, distaccandosi dal semplice interesse amoroso e caratterizzandosi non solo come donna desiderata, ma che desidera, tratto evidenziato dal rapporto con la creatura, il quale sembra l’unico a riuscire a comprenderla.

Durante l’intera visione mi sono state chiare le dinamiche che si volevano disegnare, prima descrivendo un Victor gentile e rispettoso, anche se si riusciva a percepire un elemento strano in lui, per poi rivelare la sua vera natura dopo la creazione del mostro, facendolo diventare ossessivo e manipolatore, sempre più simile alla figura del padre, convinto di aver creato un obbrobrio, la cui mente non eguaglierà mai quella umana, e proprio per questo, non meritevole di essere trattato come tale.

Contrapposta, invece, la figura della creatura, via via sempre più viva e umana, mostrando non solo l’intelligenza che all’inizio sembrava totalmente assente, ma anche un’emotività spesso maggiore di quella del suo creatore, tratto evidenziato, come precedentemente detto, dalle interazioni con Elizabeth.

Personalmente del film, oltre alla trama, ho apprezzato molto la fotografia, dal forte impatto visivo, sottolineando elementi e parallelismi anche in maniera sottile: basti pensare al fatto che Mia Goth non interpreta solamente Elizabeth, ma anche la madre di Victor, caratterizzando l’ossessione di tipo morbosa di quest’ultimo e anche il concetto di genitorialità.

Da alcuni è stata criticato lo scorrimento lento, andando contro gli standard cinematografici che si sono definiti negli ultimi anni, dove i film tendono ad essere sempre più veloci, ma credo che in questo caso sia stata fatta la scelta più corretta, in fondo lo scopo e il messaggio che si cerca di mandare non è di facile interpretazione perciò è giusto che sia stato dedicato il tempo adatto a farlo, dando così modo allo spettatore di ammirare l’immenso lavoro artistico fatto dal punta di vista visivo.

In sintesi questa è una pellicola che cerca di staccarsi dalle innumerevoli copie precedentemente fatte sul libro, modificando certe dinamiche e certi personaggi, ed esprimendo un messaggio chiaro “Solo i mostri giocano a fare Dio”, andando a creare questa contrapposizione tra aspetto interiore ed esteriore, perché in fondo, tra i due protagonisti, chi è veramente il mostro?

Diana Medici, 3^I