Il termine “rispetto” non si limita a una semplice norma di buona educazione, ma si articola invece in due dimensioni interconnesse. Da un lato è un sentimento di deferenza, stima e considerazione rivolto verso persone e principi morali, che nasce dal riconoscimento del valore dell’altro. Dall’altro è un atteggiamento, una forza che ci trattiene dall’offendere, dal prevaricare o dal recare danno al prossimo.

Il rispetto non è solo un’emozione interiore, ma una vera e propria guida. Senza di esso, infatti, ogni relazione, sia essa sociale, lavorativa, personale, rischia di degenerare in conflitto o sopraffazione. Non è un caso che l’Istituto dell’Enciclopedia Italiana Treccani abbia scelto proprio “rispetto” come parola dell’anno per il 2024. Questa decisione non ha solo significato linguistico, ma anche simbolico e civile. In un contesto storico caratterizzato da tensioni sociali e conflitti internazionali, questa scelta lancia un messaggio chiaro: si sta perdendo la centralità della dignità umana. Sempre più spesso il dibattito politico si trasforma in scontro, e l’unico obiettivo è di prevalere sull’altro. L’autore sostiene quindi che tale decisione sia un auspicio a costruire ponti invece che erigere muri, a privilegiare il dialogo e l’ascolto.
L’assenza di un valore cardine come il rispetto sfocia inevitabilmente nella violenza, a danno delle categorie più fragili della società. Diventa allora inevitabile chiedersi se proprio l’attuale società stia giocando un ruolo centrale in questo processo. Viviamo in un mondo dove ormai tutto viene misurato in potere e forza, e proprio essa sembra prevalere su tutto, mentre il rispetto viene percepito come segno di debolezza. Questa visione distorta alimenta un circolo vizioso: più il rispetto viene svalutato più la violenza viene normalizzata, e si assiste così a una progressiva desensibilizzazione. Chiarendo che la legge del più forte esiste dall’alba dei tempi, si può osservare come, sempre di più, si sta perdendo il lato più umano che ci contraddistingue, l’empatia. Si tende a essere egoisti, incentrati solo su se stessi, ignorando tutto quello che ci circonda.
L’indifferenza, che l’autore analizza come mancanza di rispetto, ha accompagnato alcune delle pagine più buie della nostra storia, e oggi torna a farlo. Le tragedie vengono ridotte a titoli di giornale e brevi video sui social, basti pensare alle notizie sulle guerre attualmente in corso. I conflitti vengono letti solo come questioni geopolitiche o dibattiti sulla competenza dei leader mondiali. Si commentano massacri e bombardamenti in modo distaccato, come se dietro ogni numero non ci fosse una vita umana. Un altro esempio perfetto è il true crime e come esso viene percepito, quasi come se ascoltare podcast su crimini efferati fosse diventato mero intrattenimento. Ciò che dovrebbe generare orrore e solidarietà segna invece un distacco netto tra la nostra sensibilità e il dolore altrui.
Un pilastro spesso sottovalutato è però il rispetto verso se stessi, necessario per poter rispettare gli altri. Ogni volta che cediamo a dinamiche che non ci valorizzano, a manipolazione, a svalutazione, annulliamo il nostro “io” per compiacere gli altri. Questo avviene anche nelle amicizie, non solo nelle relazioni, dove il conformarci sembra diventato vitale. Il rispetto non è quindi un valore scontato, ma un qualcosa che richiede impegno e soprattutto il coraggio di porgere la mano al prossimo, invece che ignorarlo. Recuperare l’empatia significa recuperare il rispetto verso gli altri, verso l’umanità. Significa augurarsi un mondo più giusto e un futuro migliore.
Ginevra Reverzani, 4^S