Caro Gianluca,

come ben sai quest’anno ho partecipato alle Olimpiadi di Fisica. So che a te la fisica non piace, ma io mi son divertita un sacco a fare entrambe le gare. Sai, alla prima, quella d’istituto, erano solo risposte chiuse, quindi magari qualcuna l’ho “sparata a caso” e l’ho “presa” (dirai tu per prendermi in giro). Però in fondo lo sapevi meglio di me che ero preparata. Non ti sei mica stupito quando mi hanno detto che avevo passato la selezione d’istituto. Io, devo ammetterlo, un po’ sorpresa lo ero…ma si sa che tu, in queste cose, sei più oggettivo di me: ci avevi visto lungo. 

Poi, qualche mese fa, sono andata a Parma. Anche lì è stato davvero interessante: mi sono confrontata con problemi davvero complicati, in una vera e propria aula universitaria, dove di solito gli studenti risolvono esercizi ancora più difficili! La soddisfazione me l’hai letta in faccia il giorno stesso, non è vero?

Però qualcos’altro occupava i miei pensieri. Erano tutti ragazzi. Sì, che quelli dello Zanelli che venivano con me erano tutti ragazzi già lo sapevo. Ma anche gli altri. 

Undici ne ho contate, di ragazze, su circa un centinaio. Undici. Tra i mille calcoli della prova, quel numero mi è rimasto addosso tutto il tempo. Era diventato come una presenza non vista dentro la stanza, e la cosa più inquietante era che nessuno la riconosceva e la dichiarava.

Sì, l’ho sentito subito che qualcosa in me non andava. Sai come l’ho capito?  Perché guardandomi intorno, e vedendo poche ragazze, avrei voluto fare di più in quella prova, per meritare definitivamente quel posto. Avrei voluto dimostrare agli altri che c’era un errore in quella sproporzione, che a me sembrava grande come un canyon. Avrei voluto, nei primi 11 posti della classifica, solo nomi femminili.  Avrei voluto dire a tutte le ragazze che non si erano iscritte per timore, per incertezza e, ancor peggio, per abitudine ad autoescludersi, che c’era posto anche per loro, che dovevano venire a provarci. 

Per la prima volta mi sono sentita fuori luogo. Non perché qualcuno me l’avesse fatto capire. Nessuno è venuto a dirmi che in quanto ragazza non dovessi essere lì. Ma me lo son sentita dentro, come se la mia presenza fosse una possibilità “concessa”, non un riconoscimento adeguato. A scuola non mi è mai successo: ogni mio traguardo l’ho sempre sentito celebrato e meritato, quindi allontanarmi così poco dal contesto scolastico e sentire questa enorme pressione mi ha fatto riflettere molto. 

Infine il sentimento che ha prevalso è stato quello della rabbia. Non era rivolto a qualcuno in particolare. La scarsa presenza di donne nelle discipline STEM è una condizione presente da ben prima di noi. Il contesto culturale in cui siamo cresciuti è questo. Eppure Il dolore che ho provato è stato reale, perché non avrei mai immaginato che proprio la disciplina che più mi permette di esprimere me stessa e mi coinvolge interamente come persona potesse, anche solo per un momento, farmi sentire fuori posto. Mi sono sentita tradita dalla mia materia, quella che mi fa tirare un sospiro di sollievo e in cui riesco sempre a ritrovare il senso della mia ricerca in un percorso di studio e di vita.

Ero arrabbiata perché quel tipo di emozione mi era talmente nuovo che non sapevo come gestirlo. Non c’è una scuola per imparare a farlo. Ora l’unica cosa che riesco a pensare è che sia stato irrispettoso e senza equità, silenziosamente discriminante, stare in quella stanza. Ma, se questo può aiutare a cambiare la realtà dei fatti, sono pronta a farlo per il resto della mia vita. Forse là fuori ci sono ragazze come me, che però hanno paura di affrontare quella sensazione o persino di darle un nome. E allora io non voglio che imparino semplicemente a sopportare quel disagio: voglio che un giorno non debbano più provarlo affatto. 

Cara Sara,

Non sai quanto sia difficile per me risponderti, perché l’irritazione che provo è davvero tanta.

Io con la fisica non vado d’accordo, e lo sai bene, ma sono perfettamente consapevole della realtà che mi circonda e quella sproporzione che hai visto a Parma non è un caso, è un fallimento collettivo. Il fatto che tu ti sia sentita “fuori luogo” non è una tua debolezza, ma la prova che il sistema ha ancora oggi una falla enorme. Io ne sono consapevole quanto te, il contesto culturale in cui siamo immersi è marcio alla base se riesce a far sentire “fuori posto” proprio chi, come te, ha il talento e la preparazione per stare in prima fila.

Mi fa rabbia sapere che quella stanza universitaria, invece di essere un luogo di puro stimolo intellettuale, sia diventata per te un campo di battaglia emotivo. Il punto però è che non possiamo limitarci a prenderne atto.

Come uomo sento la responsabilità di non essere solo un osservatore solidale. Bisogna fare qualcosa di concreto. Dobbiamo smettere di considerare la tua presenza un’eccezione da celebrare e iniziare a pretendere che quella stanza sia piena di nomi femminili, non per “concessione”, ma per logica conseguenza, giustizia e soprattutto merito, in un mondo dove la meritocrazia viene sempre meno in ogni ambito della nostra vita.

Dici che ti senti tradita dalla materia, ma lascia che ti dica una cosa: la fisica non ti ha tradito, è il mondo intorno a lei che ha fallito. La materia è tua, ti appartiene, è il tuo linguaggio, il tuo centro di gravità personale. Il vero tradimento è quello di una società che non ha ancora imparato a stare al passo con il tuo talento e quello delle tue compagne. Quella rabbia che provi non è un segnale che sei nel posto sbagliato, ma la prova che sei esattamente dove dovresti essere. Sei consapevole delle tue capacità e sei in prima linea pronta a fare di tutto per rompere consuetudini e barriere, il cosiddetto “soffitto di cristallo”, che non hanno più ragione di esistere e hai tutte le carte in regola per farlo. Non dobbiamo insegnare alle ragazze a sopportare il disagio, dobbiamo estirpare la causa di quel disagio alla radice.

Sara Cocchi e Gianluca Marzano, 5^F